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Mercoledì, 24 Ago 2016

Energia da Biomasse: ora la Puglia ci sta pensando

 

BARI - La Puglia caso di studio sulle energie rinnovabili. Così, in Europa, grazie all’Ocse (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), ci si scambia buone pratiche. Anche se, in realtà, come è stato spiegato ieri mattina nella tappa pugliese del programma internazionale itinerante (oltre alla Puglia partecipa l’Abruzzo, Quebec e Prince Edward island-Canada, la regione olandese del Fryslan, Svezia, Danimarca, Norvegia, Finlandia, la Scozia, la regione spagnola dell’Extremadura e quattro regioni degli Usa) stavolta non si tratta di un programma sulle rinnovabili, bensì sullo sviluppo delle aree rurali.

 

 

Cosa c’entra, dunque, l’energia? C’entra come volano di un’economia (in particolare l’economia rurale) legata non più ai vecchi schemi dello sviluppo per lo sviluppo, ma orientata all’innovazione di prodotto. Ed ecco che la Puglia, regina incontrastata in Italia per potenza installata di energia da impianti fotovoltaici ed eolici, può forse risolvere il dissidio emerso prepotentemente in questi mesi tra le esigenze di tutela di produzioni agroalimentari tipiche e la riconversione delle coltivazioni agricole dal cosiddetto settore del food (le derrate alimentari) a quello del no food (specie arboree coltivate per lo sfruttamento energetico).

 

Energia da Biomasse

 

Colza e semi di girasole, ha spiegato il professor Giuseppe De Mastro, del dipartimento di Scienze agro-ambientali e territoriali della facoltà di Agraria dell’Università di Bari, possono dare buoni risultati in termini di redditività (energia prodotta per quantitativo di semi utilizzati). L’elaborazione della banca dati delle biomasse in Puglia ha consentito di individuare i territori della regione dove più proficuo sarebbe riconvertire le colture (sia pure seguendo una rotazione stagionale) a fini energetici. Le stime (non è possibile parlare di dati visto che il settore delle bioenergie, nella nostra regione, è di fatto stato abbandonato nel 2004 perché considerato non redditizio) parlano di 75 impianti potenzialmente realizzabili, 60 dei quali nel foggiano.


Il segreto? Fare in modo che impianti per la produzione di energia siano di piccola taglia e autosufficienti quanto all’approvvigionamento di semi da termovalorizzare. Campi di coltivazione vicino alle centrali, insomma, secondo il principio della cosiddetta filiera corta. Aprendo i lavori di «Sviluppo rurale e produzione energetica: l’orizzonte sostenibile», l’assessore regionale all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, ha a questo proposito spiegato: «Stiamo implementando scenari e percorsi futuri per incentivare i piccoli impianti in modo da aiutare il settore rurale, in crisi da molto tempo, per integrare il reddito degli agricoltori. E’ motivo di orgoglio che a Bari, dopo Montreal e prima di Parigi, un’organizzazione come l’Ocse abbia scelto di organizzare i propri lavori di studio e confronto su un settore innovativo come le energierinnovabili ».


Quindi Nicastro ha spiegato che «il primato della Puglia nelle rinnovabili ha concentrato importanti interessi economici nella nostra Regione, determinando, come altra faccia della medaglia, in un quadro normativo nazionale caratterizzato da estrema lentezza nel recepimento delle norme europee, una disordinata occupazione di suolo».

 

(fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno)

 


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